Cambiare mente attraverso parole e abitudini
Molto spesso ci ritroviamo a vivere la nostra esistenza immersi in una costante illusione, muovendoci nel mondo come se fossimo prigionieri di un sogno ad occhi aperti in cui scambiamo le nostre costruzioni mentali per la realtà oggettiva che ci circonda. Questa condizione si manifesta in modo nitido nel momento in cui percepiamo i fenomeni intorno a noi come entità solide e permanenti, quando in verità essi si trovano in uno stato di continua e inarrestabile trasformazione. Ogni volta che entriamo in relazione con una persona o affrontiamo una nuova circostanza, la nostra mente tende istintivamente a proiettare un'aspettativa definita su come gli eventi dovrebbero evolversi, su come dovrebbero proseguire e su quale esito finale dovrebbero raggiungere. Gli esseri umani possiedono l'incredibile ed esclusiva facoltà di saper rievocare il passato e figurarsi il futuro, una risorsa straordinaria che ci distingue dal mondo animale e ci permette di fare tesoro delle esperienze trascorse per orientare le scelte a venire. Tuttavia, nel momento in cui questa risorsa viene utilizzata in modo distorto, essa si trasforma nella causa primaria di gran parte delle nostre sofferenze, poiché rimaniamo profondamente feriti, tristi e pieni di rancore ogni volta che la realtà del momento presente non corrisponde all'immagine ideale che avevamo preventivamente immaginato. Come insegna la parabola della zebra e del leone, mentre un animale riprende a pascolare serenamente pochi minuti dopo essere sfuggito al pericolo poiché vive unicamente nell'istante presente, l'essere umano prolunga indefinitamente la propria ansia alimentando la sofferenza con infinite complicazioni mentali, raccontando l'accaduto a chiunque, proiettando paure ingiustificate nel futuro e ingabbiandosi in una serie interminabile di supposizioni basate sul "se". Comprendere a fondo che la nostra aspettativa rappresenta semplicemente un punto di vista personale e non la struttura rigida della realtà ci dona la flessibilità fondamentale di saperci adattare con serenità quando gli eventi prendono una piega imprevista, ricordandoci che il livello della nostra soddisfazione interiore è sempre inversamente proporzionale all'altezza delle nostre aspettative irrealistiche.
Oltre alla trappola delle aspettative insoddisfatte, la nostra serenità quotidiana viene continuamente insidiata da un'altra profonda abitudine sociale che impoverisce la qualità della mente: la necessità compulsiva di lamentarsi e criticare. Immersi in una cultura in cui il silenzio viene spesso vissuto con disagio e nella quale le conversazioni ruotano prevalentemente attorno a oggetti di attrazione e desiderio* oppure attorno ad oggetti di avversione*, scivoliamo quasi senza accorgercene nell'automatismo deleterio di evidenziare costantemente ciò che non funziona. Questa tendenza alla lamentela si manifesta persino nei confronti di eventi inevitabili come il maltempo o il freddo, laddove una mente educata alla semplicità, come quella del monaco tibetano che di fronte all'inverno si limita a constatare con naturalezza che in inverno fa freddo senza farne un motivo di sofferenza, riconosce che le cose accadono in virtù di cause e condizioni e non per un torto personale. La critica nei confronti del prossimo nasce da un meccanismo ancora più sottile ed ignorante, nel quale la nostra mente ricerca i difetti, gli errori o le difficoltà altrui per sperimentare un illusorio ed effimero senso di superiorità e di forza, quasi come se evidenziare la debolezza degli altri ci facesse sentire al sicuro dai problemi. Questo costante focalizzarsi sugli aspetti negativi e sulle imperfezioni dell'ambiente circostante finisce per imprigionarci in un atteggiamento vittimistico, consolidando un'abitudine interiore che ci fa vedere perennemente il bicchiere mezzo vuoto e nutrendo un circolo vizioso di insoddisfazione che rinforza l'illusione di soffrire a causa del mondo esterno piuttosto che a causa della nostra postura mentale.
Poiché la mente è estremamente complessa, astratta e difficile da domare attraverso un semplice comando d'imperio che le imponga di interrompere all'istante la rabbia o i pensieri negativi, la strategia più concreta ed efficace per direzionare il nostro mondo interiore consiste nell'agire sulle porte più esterne ed accessibili del nostro essere, vale a dire sul corpo e sulla parola. Il nostro modo di parlare esercita un potere plasmatore immenso sulla mente, agendo esattamente come un bastone che sostiene un anziano mentre cammina o come la struttura del linguaggio descritta nel concetto di newspeak, in cui la presenza o la mancanza delle parole condiziona direttamente la nostra capacità di concepire ed esprimere determinati stati d'animo. Se desideriamo davvero trasformare la nostra mente, possiamo iniziare a disciplinare il nostro vocabolario quotidiano ed eliminare deliberatamente le espressioni che alimentano l'amarezza, abituandoci a mordere la lingua quando avvertiamo l'impulso imminente di lamentarci o di criticare qualcuno per il semplice gusto di farlo. La vera trasformazione non richiede propositi titanici o spropositati che finirebbero soltanto per fungere da scusa per non intraprendere alcun cambiamento, ma si nutre di piccoli impegni graduali e praticabili, come la scelta di trascorrere una singola giornata senza pronunciare alcuna critica verso il prossimo, consolidando così un'autentica moralità (tultim) che protegge la mente dalle sue stesse tendenze distruttive. Allo stesso modo, invece di concentrare la nostra attenzione sulle mancanze degli altri, possiamo adottare l'insegnamento di Lama Gangchen, il quale spiegava che il segreto per coltivare relazioni profonde risiede nel relazionarsi costantemente con le qualità positive e con il potenziale di ciascun individuo piuttosto che con i suoi difetti, permettendo così ai rapporti umani di fiorire su basi di reciproca stima e profonda armonia.
Comprendere che sia la felicità sia l'insoddisfazione non dipendono dalle condizioni esterne né dall'accumulo di beni materiali, bensì dalle abitudini mentali che abbiamo coltivato nel tempo, ci restituisce la piena responsabilità e la straordinaria opportunità di direzionare la nostra vita verso un benessere autentico legato alla gratitudine. L'esempio di coloro che hanno attraversato sofferenze immense, come gli anziani che hanno vissuto i drammi della guerra ed hanno perso tutto, ma che ciononostante non si lasciano mai andare a futili lamentele, ci mostra con chiarezza come la capacità di superare le reali difficoltà renda le persone forti ed capaci di apprezzare ogni istante di pace. Analogamente, la storia dell'uomo brasiliano capace di conservare una gioia e un appagamento immutati sia mentre viveva come mendicante su una panchina di Central Park sia quando si trovava al culmine del successo economico nel mondo della moda, dimostra che la vera ricchezza consiste esclusivamente nella soddisfazione interiore di una mente che sa stare bene con se stessa in qualunque circostanza. Per addestrare la mente alla soddisfazione, una pratica di fondamentale importanza consiste nel coltivare una sincera e costante gratitudine, imparando a ringraziare quotidianamente per le cose più semplici e preziose che diamo spesso per scontate, come la salute del corpo, il cibo disponibile, la capacità di vedere o la presenza delle persone amate. Quando accompagniamo questa gratitudine all'abitudine di chiederci, di fronte al desiderio di acquistare qualcosa, se quell'oggetto ci serva realmente o se sia soltanto un desiderio dettato dall'ego, impariamo progressivamente a ridimensionare le nostre pretese e a riconoscere che possediamo già tutto ciò che occorre per essere felici, rendendo la nostra esistenza infinitamente più leggera, pacifica e benefica per noi stessi e per gli altri.
Lama Michel osserva che, quando ci sediamo a parlare con qualcuno (ad esempio a tavola), raramente dedichiamo il discorso a temi elevati, come la filosofia, il modo di aiutare il pianeta o la gioia per le cose belle del mondo. Molto più spesso scivoliamo nell'automatismo di parlare soltanto di ciò che desideriamo o di ciò che respingiamo. Questo modo di usare la parola non è neutro: alimentare continuamente discussioni su attrazioni e avversioni finisce per plasmare la mente come fosse "pongo", rinforzando l'abitudine al giudizio, alla lamentela e all'insoddisfazione.
Pratiche
Per cambiare l'abitudine di lamentarci, Lama Michel spiega che dobbiamo agire innanzitutto sulla parola e sul corpo, poiché disciplinare il linguaggio e le azioni esterne è molto più semplice e pratico rispetto al tentare di controllare direttamente la mente, che è più astratta.
I passaggi fondamentali indicati nell'insegnamento sono:
- "Mordere la lingua" nel momento presente: la strategia più concreta consiste nell'interrompersi nell'istante esatto in cui avvertiamo l'impulso di lamentarci, facendo lo sforzo di tacere, cambiare argomento o non finire la frase.
- Darsi un piccolo impegno praticabile: piuttosto che porsi obiettivi enormi o irrealizzabili, è efficace iniziare con un impegno graduale, come la scelta di trascorrere un singolo giorno senza pronunciare alcuna lamentela.
- Comprendere la plasticità della mente: la mente funziona come il "pongo": più ripetiamo un'azione o una parola, più quell'abitudine prende forma e si rafforza. Smettendo di lamentarci a livello verbale, interrompiamo l'automatismo interiore che ci porta a vedere perennemente "il bicchiere mezzo vuoto".
- Sostituire la lamentela con la gratitudine: poiché la mente segue ciò che le insegniamo, occorre orientarla attivamente verso la soddisfazione, prendendo l'abitudine di ringraziare per le cose semplici che abbiamo già.
- Basarsi sull'automoralità: questo cambiamento deve nascere da una scelta interiore consapevole — la comprensione che la lamentela fa male a noi stessi e agli altri — e non da una regola o punizione imposta dall'esterno.
- Distinguere la critica dalla critica costruttiva: evitare la critica non significa chiudere gli occhi di fronte ai problemi o fare finta che gli errori altrui non esistano. La critica costruttiva evidenzia un problema con l'obiettivo reale di trovare una soluzione; l'abitudine sterile di criticare, invece, consiste nel parlare delle difficoltà o dei difetti altrui solo per il gusto di parlarne, spesso mossa da un meccanismo inconsapevole con cui cerchiamo di sentirci più forti o superiori evidenziando le debolezza altrui.
- Agire sulla parola e "mordere la lingua": poiché la mente è astratta e difficile da dominare direttamente, la via più semplice è intervenire sulla porta più esterna ed accessibile, cioè il linguaggio. Nel momento esatto in cui avvertiamo l'impulso di criticare qualcuno, che sia al lavoro, a tavola o guardando le notizie, la pratica consiste nel mordere la lingua, interrompersi, cambiare argomento o decidere di non completare la frase.
- Prendersi un piccolo impegno praticabile: invece di porsi traguardi giganti che rischiano di diventare una scusa per non fare nulla, è molto più efficace darsi un obiettivo limitato e concreto, come la scelta di trascorrere un singolo giorno senza criticare nessuno. Una volta completato quel giorno con successo, si può estendere l'impegno a quello successivo.
- Spostare l'attenzione sulle soluzioni: quando qualcuno viene da noi a criticare una terza persona, o quando la nostra mente tende al giudizio, la strategia migliore è riportare il discorso su basi costruttive chiedendosi: "Che cosa possiamo fare io e te per migliorare questa situazione?". Questo evita di perdere tempo ed energia in giudizi inutili che non cambiano la realtà.
- Relazionarsi con le qualità e non con i difetti: riprendendo l'insegnamento di Lama Gangchen, si tratta di addestrare la mente a connettersi con i punti di forza e il potenziale delle persone. Ciascuno possiede sia qualità che difetti; scegliere di relazionarsi con gli aspetti positivi permette alle relazioni di fiorire e protegge la mente dalle abitudini negative.
- Basarsi sull'automoralità: questo cambiamento funziona solo se nasce dall' automoralità, cioè dalla comprensione personale che la critica sterile crea insoddisfazione e fa male a noi e agli altri, e non perché ci viene imposto da una regola o da una paura esterna.
Secondo l'insegnamento di Lama Michel, la gratitudine non è una qualità innata o un dono fisso che "si ha o non si ha", ma un'abitudine interiore che si può generare e coltivare nel tempo, poiché la nostra mente ha la grande virtù di seguire ciò che scegliamo di insegnarle.
Per coltivare la gratitudine in modo concreto e sincero, Lama Michel suggerisce alcune pratiche fondamentali:
- Sviluppare l'abitudine quotidiana di ringraziare: La gratitudine nasce dall'azione di ringraziare per ciò che c'è. Non occorre necessariamente indirizzare questo grazie a un'entità o a una persona specifica, ma si tratta di provare uno stato d'animo sincero di apprezzamento per il semplice fatto di vivere o di beneficiare di qualcosa di bello.
- Imparare a vedere le cose semplici e preziose: Coltivare la gratitudine significa addestrare la mente a riconoscere e dare valore a ciò che spesso diamo per scontato, come la presenza delle persone che ci circondano, le opportunità della vita, il cibo che possiamo mangiare, la salute o persino la capacità visiva del corpo.
- Ridurre le aspettative e ridimensionare i desideri: La gratitudine e la soddisfazione interiore sono direttamente legate al livello delle nostre aspettative: più le nostre pretese verso la realtà sono contenute, più la nostra mente è capace di sentirsi appagata. Un'ottima disciplina pratica per sostenere questo atteggiamento consiste nel porsi la domanda "mi serve davvero o è solo un desiderio dell'ego?" prima di acquistare o pretendere qualcosa.
Attraverso questa pratica costante e graduale, la mente impara a dire "ho abbastanza", trasformando la gratitudine in uno stato di profonda soddisfazione interiore che protegge dalla lamentela e rafforza i legami con gli altri.
Silenzio
Nell'insegnamento di Lama Michel, la pratica del silenzio non viene presentata come una regola austera o un isolamento forzato, ma come una disciplina consapevole della parola per evitare che il linguaggio alimenti l'insoddisfazione e i pensieri negativi.
Per praticare il silenzio nella vita quotidiana, vengono indicati diversi passaggi pratici:
- Superare l'ansia sociale del silenzio: Spesso siamo immersi nell'abitudine di dover parlare a tutti i costi, vivendo il silenzio tra persone (ad esempio a tavola) come qualcosa di imbarazzante o scortese. In altre culture, come quella tibetana, il silenzio durante il pasto è invece la norma e segno di rispetto. Praticare il silenzio significa prima di tutto imparare a stare con gli altri senza il bisogno compulsivo di riempire ogni spazio con la voce.
- "Mordere la lingua" di fronte all'impulso: Il silenzio si pratica in modo molto concreto trattenendosi nel momento esatto in cui si sta per pronunciare una lamentela o una critica verso qualcuno. Se ci si accorge che sta per uscire una parola dettata dal fastidio o dal giudizio, la pratica consiste nel fermarsi, cambiare argomento o decidere di non finire la frase.
- Riconoscere la spinta dell'ego: Molte conversazioni nascono dal desiderio di sentirci speciali, di far vedere quanto siamo stati bravi o di cercare approvazione. Saper tacere sulle cose buone che abbiamo fatto, senza il bisogno di raccontarle per ricevere complimenti, è una forma profonda di silenzio che riduce l'egocentrismo.
- Darsi un piccolo impegno pratico: Per iniziare, non occorrono propositi giganti. Lama Michel suggerisce di scegliere un esercizio graduale e praticabile: impegnarsi a trascorrere un solo giorno senza pronunciare alcuna critica verso gli altri.
Attraverso questi piccoli sforzi, il silenzio della parola diventa la porta d'accesso più semplice e immediata per proteggere la mente e portare maggiore leggerezza nella vita di tutti i giorni.
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