giovedì 17 settembre 2026

Meno aspettative, più amore - Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche


 Il grande inganno dell’egoismo e l’arte di amare: una riflessione sugli insegnamenti di Lama Michel Rinpoche

La vita quotidiana è fatta di continue interazioni, di piccole fatiche e di relazioni che spesso mettono alla prova la nostra serenità. Nel suo insegnamento, Lama Michel Rinpoche prende avvio da un episodio apparentemente banale della sua vita personale: la stanchezza provata dopo essere stato svegliato cinque volte in una notte dalla propria cagnolina Dana. Questo semplice evento diventa la chiave d'accesso per esplorare un tema profondo: la differenza sostanziale tra la fatica fisica e la sofferenza mentale ed emozionale.

La fatica fisica e la trappola della zona di comfort

Quando ci troviamo ad aiutare qualcuno o a prenderci cura di un altro essere, la fatica fisica è una componente naturale dell'azione. Tuttavia, la stanchezza del corpo non genera di per sé sofferenza interiore. La vera sofferenza nasce nel momento in cui l'azione richiesta ci costringe a uscire dalla nostra zona di comfort. È in quel preciso istante che la mente inizia a protestare, generando pensieri di insofferenza, risentimento e avversione.

Se dobbiamo alzarci di notte per rispondere al bisogno di un altro, la stanchezza fisica passa con un riposo successivo. Ciò che invece ci scava dentro ed esaurisce le nostre energie è la resistenza mentale, l'atteggiamento interiore che dice "non dovrebbe essere così" o "perché deve capitare a me?". La radice di questa frustrazione sta nel fatto che al centro di ogni nostra valutazione poniamo quasi sempre il nostro io. Se una situazione o una persona ci dona piacere, sviluppiamo attrazione; se ci causa disagio o ci toglie tranquillità, sviluppiamo avversione.

L'amore per il cioccolato e l'amore egoista

Questa dinamica svela la vera natura di quello che comunemente chiamiamo amore, ma che spesso non è altro che amore egoista. Lama Michel lo paragona all'amore che si prova per il cioccolato. Quando diciamo "amo il cioccolato", non ci stiamo preoccupando del benessere del cioccolato in sé. Ci prendiamo cura di esso, lo conserviamo al fresco e al riparo solo perché ci procura una sensazione di piacere. Nel momento in cui il cioccolato smette di darci quella soddisfazione o ci fa stare male, lo mettiamo da parte e cerchiamo qualcos'altro.
Allo stesso modo, nelle relazioni umane diciamo di amare qualcuno, ma in realtà molte volte amiamo soltanto le sensazioni piacevoli che quella persona ci fa provare. Finché l'altro soddisfa i nostri desideri e rimane nella nostra zona di comfort, gli vogliamo bene; ma quando il suo comportamento cambia o la sua presenza ci richiede un sacrificio, l'affetto rischia di trasformarsi in freddezza o avversione. Nelle nostre vite, l'affetto sincero e l'attaccamento egoista si mescolano continuamente, ed è fondamentale imparare a riconoscerli per scegliere quale dei due vogliamo alimentare.

Separare l'azione dalla persona: la trappola delle etichette

Uno degli ostacoli più grandi nel mantenere relazioni sane è la nostra tendenza a generalizzare e giudicare le persone anziché i loro comportamenti. Per illustrare questo meccanismo, Lama Michel pone una domanda provocatoria: quante volte una persona deve mentire per essere definita un "bugiardo"?. Se bastasse una sola bugia, saremmo tutti bugiardi; e d'altra parte, nessuno dice sempre e in ogni circostanza la verità.
La realtà è che non esistono persone categoricamente bugiarde o categoricamente sincere, ma esistono esseri umani che in certi contesti dicono la verità e in altri mentono. Quando diciamo che "quella persona è cattiva" o "quella persona è scortese", applichiamo un'etichetta rigida che cancella la complessità dell'individuo.
Tutti noi siamo fatti di luce e ombra, di aspetti positivi e di atteggiamenti contraddittori. È del tutto legittimo dire che un determinato comportamento è sbagliato o ci fa soffrire; ma è un errore identificare la persona con quell'unico comportamento. Giudicare le azioni e non l'individuo ci permette di dirigere l'avversione verso il comportamento dannoso e non verso l'essere umano che lo compie. Solo riconoscendo l'ombra presente in noi e negli altri possiamo portare la luce della comprensione e della guarigione.

Andare alla causa primaria: l'analogia del bastone e della mucca

Quando un'altra persona si comporta in modo aggressivo o ci ferisce, la nostra reazione istintiva è quella di vederla come la causa diretta del nostro dolore. Tuttavia, l'aggressività e la violenza non nascono mai da uno stato di pace o di felicità; sono quasi sempre manifestazioni disperate di una sofferenza profonda e irrisolta.
Per spiegare come sviluppare una vera compassione, Lama Michel ricorre all'analogia del bastone. Se qualcuno ci percuote con un bastone, non proviamo rabbia verso il bastone, perché sappiamo che esso è solo uno strumento. Allo stesso modo, la causa primaria dell'azione violenta di una persona non è la persona stessa, ma la rabbia, l'ignoranza e i condizionamenti mentali che la stanno dominando.
Un antico proverbio tibetano paragona questa condizione a una mucca portata via da un ladro. La mucca cammina con le proprie gambe, ma non ha la forza di volontà per opporsi e si lascia trascinare dal ladro. Spesso le persone agiscono male perché sono trascinate da condizionamenti sociali o da veleni mentali più forti della loro attuale capacità di resistenza. Comprendere la debolezza e la vulnerabilità dell'altro non significa subire passivamente le offese, ma ci permette di mantenere il cuore pacificato, evitando di accumulare odio e risentimento.

Guardare le proprie ombre ed eliminare le interferenze

La cura delle relazioni richiede un costante lavoro di consapevolezza anche verso se stessi. Spesso preferiamo riempirci di impegni pur di non affrontare i nostri dolori e le nostre paure interiori. Eppure, trattenere dentro di sé dolori mai detti o avversioni mai chiarite è come lasciare una spina incastrata sotto la pelle. Se non la si estrae con coraggio, anche se il processo può fare male, il corpo finirà per creare un'infezione.
Inoltre, quando un sapore o una situazione è sgradevole, bisogna decidere se ingoiarla o sputarla, ma non ha alcun senso trattenerla in bocca a lungo. Continuare a rimuginare sulle offese subite o portarsi a casa e in vacanza il rancore verso qualcuno equivale a conservare in bocca un cibo dal cattivo sapore.
Un altro elemento importante per evitare il deterioramento dei rapporti è la tempestività nel correggere le piccole distonie. Lama Michel racconta un episodio vissuto con il suo maestro Lama Gangchen Rinpoche, nel quale una sua sottile reticenza dovuta a un leggero senso di colpa venne subito evidenziata con una forte sgridata. Quell'intervento servì a bloccare sul nascere un processo sottile prima che potesse creare una vera distanza emotiva. Quando due persone condividono una sintonia profonda, ogni piccolo fruscio va sistemato immediatamente, prima che ci si abitui al rumore di fondo e la distanza diventi incolmabile.

Responsabilità personale contro vittimizzazione

Infine, l'insegnamento invita a superare ogni forma di vittimizzazione. Quando ci rendiamo conto di aver avuto un comportamento malsano o egoista, la nostra mente tende spontaneamente a cercare giustificazioni esternando la colpa. Diciamo a noi stessi che siamo stati costretti dalle circostanze o dal comportamento altrui. Tuttavia, vittimizzarsi significa togliersi la responsabilità di cambiare e rinunciare allo sforzo necessario per trasformare i propri impulsi.
D'altra parte, neppure il senso di colpa sterile o l'autopunizione servono a qualcosa. Il punto non è soffrire per quello che si è sbagliato, ma riconoscere l'errore con onestà, accogliere la propria fragilità e mettere energia nell'agire in modo diverso. Dobbiamo imparare ad adattarci agli altri con umiltà, comprendendo che non siamo soli e che ogni nostra parola o azione produce un impatto su chi ci circonda.

Meno aspettative, più amore

In conclusione, come insegnava Lama Gangchen Rinpoche, il segreto per costruire legami autentici e duraturi sta nel relazionarsi con le qualità di ciascuno e non con i suoi difetti. Coltivare un'amicizia o un amore puro significa eliminare le clausole contrattuali con cui pretendiamo che gli altri si comportino esattamente come desideriamo noi.
L'unica persona che ha il potere di toglierci la capacità di amare o di farci vivere nel rancore siamo noi stessi. Quando impariamo a stare accanto agli altri senza la pretesa di doverli cambiare o di risolverne la vita, riusciamo ad accoglierli pienamente con la loro luce e con la loro ombra. Camminare fianco a fianco, offrendo il nostro sostegno con meno aspettative e più amore, è la vera via per mantenere la pace interiore e trasformare ogni relazione in una fonte di armonia e crescita reciproca.

Quali sono le pratiche dell'insegnamento?

 

Dagli insegnamenti di Lama Michel Rinpoche emergono diverse pratiche mentali e comportamentali da applicare nella vita quotidiana per trasformare le relazioni e la nostra attitudine interiore:

1. Separare il comportamento dalla persona

  • La tecnica: quando una persona compie un'azione che ci ferisce o che reputiamo sbagliata, evitiamo di applicare etichette rigide all'intero individuo (come definire qualcuno categoricamente "bugiardo", "cattivo" o "scortese").
  • L'azione: distinguiamo nettamente l'azione dal soggetto: esprimiamo pure disaccordo o avversione verso il comportamento specifico, mantenendo un'attitudine di apertura e benevolenza verso la persona che lo compie.

2. Ricercare la causa primaria (l'esercizio del bastone e della mucca)

  • La tecnica: di fronte all'aggressività o alla violenza altrui, riconosciamo che esse non nascono mai da uno stato di pace, ma sono la manifestazione disperata di una sofferenza o di un disagio profondo.
  • L'azione: come non ci si arrabbia con un bastone usatoci contro perché è solo uno strumento, riconosciamo che la causa primaria del male altrui non è la persona stessa, ma i suoi condizionamenti, l'ignoranza e i veleni mentali che la trascinano. Vedere la vulnerabilità dell'altro permette di disinnescare la rabbia e coltivare una compassione matura.

3. Decondizionare l'uscita dalla zona di comfort

  • La tecnica: quando siamo chiamati ad aiutare qualcuno e proviamo fastidio o insofferenza, osserviamo dove si origina la fatica.
  • L'azione: distinguiamo la stanchezza fisica (che si risolve con il riposo) dalla sofferenza mentale. Prendiamo consapevolezza che la resistenza nasce nel momento in cui la situazione ci forza a uscire dalla nostra zona di comfort mettendo l'"io" al centro. Spostiamo l'attenzione dal nostro disagio al benessere dell'altro per trasformare il senso di peso o sacrificio in gioia di prendersi cura.

4. Correggere immediatamente le piccole interferenze

  • La tecnica: non lasciamo che sottili incomprensioni, lievi sensi di colpa o reticenze non dette si accumulino nel tempo.
  • L'azione: riconosciamo subito i piccoli "fruscii" o le minime distonie di frequenza nei rapporti importanti. Interveniamo ed esprimiamo chiarezza tempestivamente per evitare che una deviazione minima costruisca nel tempo una distanza emotiva incolmabile.

5. Estrarre le "spine" ed eliminare il "brutto sapore"

  • La tecnica: affrontiamo le nostre ombre e i dolori interiori mai detti invece di nasconderli riempiendoci di impegni per scappare da noi stessi.
  • L'azione: guardiamo con coraggio la sofferenza interiore per estrarla come si farebbe con una spina conficcata sotto la pelle, prima che generi un'infezione emotiva. Inoltre, smettiamo di rimuginare sulle offese subite (analogia del cibo sgradevole o del formaggio duro tenuto inutilmente in bocca): o affrontiamo il problema, oppure sputiamo il rospo e mettiamo l'energia altrove.

6. Rifiutare la vittimizzazione e assumersi la responsabilità

  • La tecnica: quando ci accorgiamo di aver avuto una condotta malsana o impulsiva, notiamo la tendenza della mente a giustificarsi incolpando gli altri o le circostanze.
  • L'azione: eliminiamo sia le scuse ("sono stato costretto") sia il senso di colpa sterile o l'autopunizione. Riconosciamo l'errore con onestà e incanaliamo la nostra energia nell'imparare ad agire diversamente in futuro. Se riconosciamo che in un determinato contesto non riusciamo a gestire la nostra debolezza, stabiliamo temporaneamente una distanza salutare senza cedere all'odio.

7. Relazionarsi con le qualità e rimuovere le "clausole contrattuali"

  • La tecnica: smettiamo di pretendere che le persone vicine si comportino esattamente secondo le nostre aspettative o necessità.
  • L'azione: alleniamo la mente a connettersi prioritariamente con le qualità e la luce degli altri e non con i loro difetti. Offriamo il nostro affetto liberamente senza porre clausole o condizioni al contratto di amicizia, rimanendo al fianco dell'altro senza la pretesa o l'ansia di dovergli cambiare o risolvere la vita.


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