Questa riflessione nasce dall'integrazione di due insegnamenti di Lama Michel Rinpoche dedicati sull’interdipendenza e sulla responsabilità individuale come strumenti per trasformare la società e il rapporto con l'ambiente.
Lama Michel invita a superare l'indifferenza e la tendenza a delegare il cambiamento ad altri, sottolineando come le scelte quotidiane siano il motore principale dell'evoluzione collettiva.
Viene esplorato il concetto di visione del mondo, analizzando come i nostri filtri culturali e il desiderio di possesso ci abbiano allontanato dalla natura, alimentando un consumismo dannoso.
Attraverso la distinzione tra bisogni reali e semplici voglie, Rinpoche esorta a vivere con coerenza rispetto ai propri ideali etici. Promuove una consapevolezza interiore capace di generare azioni altruistiche, intese come l'unica via per costruire un futuro di armonia e sostenibilità.
Ritornare alla natura : Mercoledì al Kunpen con Lama Michel Rinpoche - 15
Ritrovare i bisogni reali
Ogni fenomeno che sorge, ogni oggetto che tocchiamo e ogni
emozione che proviamo non è un’isola, ma il punto di convergenza di una rete
fittissima di cause e condizioni. Nella prospettiva della saggezza
contemporanea, dobbiamo comprendere che la realtà macroscopica non è un’entità
metafisica che sovrasta le nostre vite; l’Italia, il Brasile, o l’intero
sistema planetario non sono altro che il riflesso diretto, l’impronta lasciata
sulla sabbia del tempo dalla somma di infinite unità microscopiche.
Il "macro"
non esiste senza il "micro". Non esiste una nazione che sia qualcosa
di diverso dai cittadini che la abitano, dai loro pensieri, dalle loro pigrizie
e dai loro atti di coraggio. Quando guardiamo allo stato di un Paese, stiamo
guardando all'insieme delle azioni e delle interazioni accumulate nel tempo da
ogni singolo individuo.
Questa visione trasforma il nostro modo di stare al mondo, poiché ci spoglia
dell'alibi della vittima. Se la realtà è il frutto maturato dalle cause
seminate da chi la vive, allora il sapore della vita collettiva dipende dal
seme che decidiamo di piantare oggi. Molti di noi cadono nell'errore di
percepire il mondo come un oggetto esterno, solido e indipendente
dall'osservatore, ma la verità pratica ci dice che siamo noi i tessitori di
questa trama invisibile. Comprendere l'interdipendenza significa smettere di
guardare alla società come a un meccanismo rotto che qualcun altro deve
riparare. Significa invece riconoscere che ogni nostra piccola interazione
porta con sé un potenziale di trasformazione infinito, un’energia che si
propaga ben oltre il nostro raggio d'azione immediato.
La consapevolezza di
questo legame inscindibile deve spingerci a un profondo cambio di attitudine:
la soluzione ai problemi globali non risiede in un trattato internazionale
lontano dalle nostre vite, ma nel perimetro delle nostre scelte quotidiane. È
tempo di smettere di delegare la nostra responsabilità verso l'esterno e di
reclamare il nostro ruolo di artefici della realtà.
Siamo immersi in una cultura della delega che ci rende
spiritualmente e socialmente pigri. Abbiamo imparato a cedere la nostra
responsabilità a leader politici, a istituzioni o a figure terze, sperando che
siano loro a portarci la felicità o a risolvere le complessità del vivere
comune. Sebbene la delega sia uno strumento organizzativo necessario in una
democrazia, esiste una dimensione esistenziale che non può e non deve essere
delegata. Il voto più potente che abbiamo non è quello che esprimiamo ogni
cinque anni chiusi in una cabina elettorale; il vero potere risiede nel voto
quotidiano, quell'atto incessante di scelta che compiamo ogni volta che
decidiamo come spendere il nostro tempo, i nostri soldi e la nostra attenzione.
Spesso sottovalutiamo la portata di questo potere, eppure le più grandi
rivoluzioni culturali della storia non sono nate da leggi calate dall'alto, ma
da un lento e inarrestabile mutamento della sensibilità individuale che ha
finito per travolgere la vecchia corrente.
Osserviamo, ad esempio, la diffusione delle scelte
alimentari vegetariane e vegane negli ultimi decenni. Non molto tempo fa,
chiedere un piatto senza carne in un ristorante significava spesso essere
accolti con un sorriso di scherno o trovarsi di fronte a un menù che non
offriva nulla oltre a un’insalata scondita.
Non è stata una direttiva
governativa a imporre ai ristoratori di cambiare; è stata la pressione
silenziosa, costante e coerente di migliaia di persone che, pur tra mille
difficoltà sociali, hanno continuato a votare ogni giorno con la propria
forchetta. Quella che era un'eccentricità è diventata oggi una norma di
mercato. Questo dimostra che la responsabilità individuale non è un peso
opprimente, ma un potere enorme di trasformazione che risiede nelle nostre
mani in ogni singolo istante. Quando scegliamo un prodotto rispetto a un altro,
non stiamo solo facendo un acquisto; stiamo finanziando un modello di mondo,
stiamo dando forza a una catena produttiva e stiamo alimentando una specifica
interdipendenza. Per esercitare questo potere con saggezza, dobbiamo tuttavia
squarciare il velo dei meccanismi mentali che distorcono la nostra percezione.
Per navigare con consapevolezza nel mare della vita, è
fondamentale conoscere gli "occhiali" che indossiamo, poiché essi
determinano il colore di tutto ciò che vediamo.
Dal punto di vista buddista la nostra mente è composta da due grandi tipologie
di stati: i lhen kye* e i kun tak*.
I lhen kye sono gli
stati mentali spontanei, quei sentimenti universali come la gioia, la rabbia,
la paura o la gratitudine che fioriscono indipendentemente dal passaporto o
dall'educazione che abbiamo ricevuto.
I kun tak, al contrario, sono i
pensieri costruiti, i filtri culturali e le certezze ereditate che abbiamo
adottato senza critica. Molti di quelli che consideriamo pilastri fondanti
della nostra identità o verità oggettive sono, in realtà, costruzioni
artificiali nate da esigenze storiche, spesso legate a dinamiche di marketing o
di controllo sociale che abbiamo interiorizzato fino a renderle indistinguibili
dal nostro "io".
Un esempio di questo condizionamento dei kun tak è la storia dei colori
rosa e azzurro. Prima del 1918, i bambini venivano vestiti quasi esclusivamente
di bianco o tinte neutre; il colore era un lusso per i ricchi e i nobili. Con
la rivoluzione industriale, nacque la necessità di creare mercati di consumo e
bisogni artificiali. Nel 1918, le prime campagne di marketing proposero il rosa
per i maschietti, descrivendolo come un colore forte, derivato dal rosso e
quindi virile, mentre l'azzurro era destinato alle bambine per la sua
delicatezza. In seguito invertirono i colori. In un solo secolo, questa scelta
commerciale è stata talmente assorbita dalla nostra mente costruita da farci
percepire l'associazione rosa-femmina come un dato di natura. Se siamo stati
condizionati a vedere il genere in un colore, in che altro modo siamo stati
condizionati a nostra insaputa?
Il meccanismo può essere ancora più sottile. La società dei consumi non ci
convince soltanto che abbiamo bisogno di determinate cose: ci insegna che cosa
quelle cose dovrebbero significare. Un'automobile, un abito, un orologio, una
borsa o un paio di scarpe smettono così di essere semplicemente degli oggetti e
diventano simboli attraverso i quali rappresentiamo noi stessi.
Prendiamo una Lamborghini. Dal punto di vista della funzione primaria, è
un'automobile: serve a trasportare una persona da un luogo a un altro,
esattamente come una macchina comune. Possiamo discutere delle differenze
tecniche, delle prestazioni, dei materiali o del piacere di guida, ma una parte
enorme del suo valore economico e culturale non risiede nella semplice funzione
di trasporto. Risiede nel significato che abbiamo imparato ad attribuirle. Una
Lamborghini comunica lusso, successo, potere economico, esclusività,
appartenenza a una determinata classe sociale. Possederla può diventare, nella
nostra mente, una prova del nostro valore: "Se posso permettermi questo,
allora sono arrivato. Se possiedo questo, allora sono qualcuno".
Lo stesso meccanismo opera con un paio di scarpe di Prada. Una buona scarpa può
proteggere il piede, essere comoda, resistente, ben costruita e piacevole da
indossare. Ma quando acquistiamo una scarpa di lusso, una parte del prezzo non
riguarda soltanto la pelle, la lavorazione o la sua funzione. Paghiamo anche il
nome, il riconoscimento del marchio, la storia che rappresenta e il significato
sociale che le attribuiamo. La scarpa diventa allora un messaggio: "Ho
gusto", "Appartengo a un certo ambiente", "posso
permettermi questo", "sono una persona di un certo livello".
È qui che il kun tak diventa particolarmente potente. L'oggetto che
possediamo finisce per confondersi con l'immagine che abbiamo di noi stessi.
Non abbiamo più semplicemente un'automobile costosa: siamo persone di successo.
Non indossiamo semplicemente un marchio prestigioso: siamo persone raffinate.
Non viviamo semplicemente in una casa grande: siamo persone importanti.
L'oggetto diventa una sorta di prolungamento dell'identità.
La pubblicità conosce bene questo meccanismo. Raramente vende soltanto le
caratteristiche concrete di un prodotto. Vende l'immagine della persona che,
attraverso quel prodotto, possiamo diventare. Non ci mostra soltanto
un'automobile: ci mostra libertà, ammirazione, potere, desiderabilità. Non ci
mostra soltanto un profumo: ci mostra una persona seducente e sicura di sé. Non
ci mostra soltanto un vestito: ci mostra appartenenza, bellezza, successo. Il
prodotto diventa il ponte immaginario tra ciò che siamo e ciò che vorremmo
essere.
In questo modo un bisogno reale può essere facilmente confuso con un
bisogno costruito. Abbiamo bisogno di proteggerci dal freddo, ma possiamo
arrivare a credere di aver bisogno di quel particolare marchio per sentirci
adeguati. Abbiamo bisogno di muoverci, ma possiamo arrivare a credere che una
determinata automobile sia necessaria per sentirci realizzati. Abbiamo bisogno
di proteggere i nostri piedi, ma possiamo arrivare a confondere la qualità
della scarpa con il prestigio del suo logo.
Questo non significa che ogni acquisto costoso sia inutile o che desiderare
un oggetto bello sia necessariamente una forma di illusione. Una persona può
scegliere una Lamborghini perché ama la meccanica, il design o l'esperienza di
guida; può scegliere una scarpa di lusso perché apprezza realmente la sua
fattura. Il punto non è giudicare l'oggetto, ma osservare il significato che la
nostra mente gli sovrappone.
La domanda da porci é: "Se elimino il significato sociale di questo
oggetto, lo desidero ancora?". Se nessuno sapesse quale automobile
guidiamo, quale marca indossiamo, quanto abbiamo pagato la nostra casa o quale
telefono teniamo in mano, quanto del nostro desiderio rimarrebbe intatto?
È in questa osservazione che possiamo cominciare a distinguere il bisogno
dalla costruzione mentale. Il bisogno dice: "Mi serve". Il
desiderio condizionato aggiunge: "Mi serve proprio questo, perché
questo dimostra chi sono". E quando arriviamo a credere che ciò che
possediamo definisca ciò che siamo, il consumo non soddisfa più soltanto un
bisogno: diventa uno strumento attraverso il quale costruiamo e difendiamo
un'identità.
La società dei consumi può così trasformare bisogni umani autentici (il
bisogno di appartenenza, sicurezza, identità) in occasioni di acquisto. Non
deve inventare questi bisogni: deve soltanto collegarli a degli oggetti. Ed è
proprio questa associazione, quando diventa invisibile alla nostra coscienza,
che merita di essere osservata e decostruita.
Decostruire questi filtri è l'unico modo per capire chi siamo veramente e
per riconoscere come la società dei consumi sfrutti i nostri kun tak per
attaccarci a desideri superflui, allontanandoci dalla nostra relazione
autentica con la natura e con la collettività.
L'economia del desiderio vs. l'economia del bisogno
L’economia classica si definisce spesso come la scienza
che tenta di soddisfare desideri infiniti utilizzando risorse finite.
Questa è, in termini logici, una follia: non si può colmare un vuoto senza
fondo con mezzi limitati. Questa impostazione ci ha condotti a
un’insoddisfazione cronica e al saccheggio del pianeta. Dobbiamo imparare a
distinguere nettamente tra il "bisogno reale", essenziale per la
nostra sopravvivenza e salute, e la "voglia", quell'illusione
proiettata dal marketing che ci fa credere che un oggetto possa portarci la
felicità. Viviamo in un'epoca in cui il "voglio" è stato surclassato
a diritto acquisito. Ricordo ancora con chiarezza un bambino all'aeroporto di
Linate che piangeva disperato, come se gli avessero amputato un arto, solo
perché la madre aveva aperto per lui il sacchetto di patatine, privandolo del
piacere di farlo da solo. Quella sofferenza non nasceva da una privazione
fisica, ma dalla frustrazione di un ego che sente il proprio desiderio come un
obbligo universale.
Questa ossessione ha un costo biologico ed energetico
devastante. Prendiamo molte decisioni al giorno, la maggior parte delle
quali legate a desideri futili o micro-scelte di consumo. Ogni scelta genera un
picco di cortisolo, portandoci a uno stress cronico che alimenta
l'infiammazione, base di quella che possiamo definire un'epidemia di cancro. Se
consideriamo che solo il 10% dei tumori è genetico, mentre il 35% dipende
direttamente dalle nostre scelte quotidiane e dallo stile di vita, comprendiamo
che la nostra incapacità di dire di no a ciò che ci piace ma ci fa male è una
forma di auto-violenza. Ogni acquisto, inoltre, consuma la nostra "energia
karmica" positiva. Immagindo il karma come un bastoncino lanciato
(un bastoncino che è l'inerzia delle nostre azioni passate): la forza
con cui vola è l'energia che abbiamo accumulato. Se sprechiamo questa forza per
inseguire piaceri banali e oggetti superflui, ci troveremo vuoti quando avremo
bisogno di energia per affrontare le grandi sfide della vita.
La sobrietà
consapevole non è una punizione, ma una strategia per proteggere la nostra salute,
le risorse della terra e la nostra preziosa energia interiore.
L'Essenza di Ahimsa
Il superamento dell'individualismo estremo è la sfida morale
del nostro tempo. Siamo diventati una società di egoisti dove il
"noi" è diventato un noi di comodo: ci sentiamo parte di un
gruppo solo quando ci conviene, ma torniamo ad arroccarci nell'io non appena
gli interessi divergono. Questa frammentazione è la radice della violenza,
intesa nel senso più profondo del termine Ahimsa. La non-violenza non è
solo non alzare le mani su qualcuno; è, come insegnato dai maestri, l'assenza
di indifferenza dinanzi alla sofferenza altrui e ambientale. Quando vediamo
un pezzo di plastica abbandonato in un bosco e passiamo oltre, magari
giudicando chi lo ha gettato ma senza raccoglierlo, stiamo compiendo un atto di
violenza. L'indifferenza è il silenzio che permette al danno di propagarsi.
Dobbiamo guardare alle tribù indigene che, pur cacciando per
sopravvivenza, mantengono un rispetto sacro per l'animale, considerandolo un
proprio pari. In quella visione, l'idea di allevare industrialmente una vita
per poi sprecarne i resti è un abominio inconcepibile. Noi, al contrario, ci
siamo elevati su un piedistallo di superiorità artificiale per giustificare lo
sfruttamento della natura. Essere un "Maestro di saggezza" oggi
significa rompere questo schema, anche nei piccoli gesti.
Lama Michel Rinpoche racconta un episodio avvenuto in Sicilia, riferendosi a un
contesto politico e sociale in cui si trovava. Parla di una situazione in cui
alcune persone non volevano salutarlo. Rinpoche sottolinea che, anche se la
gente aveva deciso di non salutarlo, lui ha scelto di comportarsi in modo
diverso: è andato da loro e ha salutato, dicendo "Buongiorno, come
stai?". Questo gesto non era motivato da una sorta di disprezzo o da un
gioco, ma piuttosto dalla sua convinzione che ognuno debba agire secondo ciò
che ritiene giusto e coerente con i propri valori, senza farsi influenzare
negativamente dalle azioni degli altri. Il messaggio centrale è che ciascuno di
noi ha il potere di agire in modo positivo per realizzare i propri sogni e
visioni, senza delegare agli altri la responsabilità di creare il mondo in cui
desideriamo vivere.
Lama Rinpoche invita quindi a non aspettare che siano gli altri a prendere
iniziative, ma a farsi carico delle proprie azioni nelle interazioni
quotidiane, sia nella vita personale che in quella professionale e comunitaria.
“Se io decido di vivere in un mondo dove ci si rispetta, devo essere io il
primo a rispettare, anche quando l'altro non lo fa. Il "Noi" deve
diventare un impegno creativo, la capacità di vedere veramente l'altro e i suoi
bisogni, uscendo dall'ossessione del "mio" per abbracciare la cura
del bene comune.”
Seminare per il futuro
Essere parte della soluzione significa abbracciare una
coerenza etica che non cerca gratificazioni immediate. Dobbiamo guardare alle
nostre azioni con la prospettiva della botanica spirituale: esistono alberi che
impiegano 80 anni per dare frutti. Chi pianta quell'albero sa con
assoluta certezza che non si siederà mai alla sua ombra, né assaggerà i suoi
frutti, eppure scava la terra con dedizione. Questo è l'agire senza
attaccamento al risultato, un dono che facciamo alle generazioni future. Pratiche
come l'upcycling, l'arte di dare una funzione più elevata a ciò che
sembrava inutile, non sono semplici hobby ecologici, ma dichiarazioni di
resistenza contro il consumismo del presente. Significa vedere il potenziale
dove gli altri vedono scarto, un'attitudine che dobbiamo applicare non solo
agli oggetti, ma anche alle relazioni e alle nostre stesse vite.
Viviamo in un mondo che sta cambiando, e anche se i segnali macroscopici
sembrano scoraggianti, i decimali della trasformazione sono ovunque. Pensate ai
piccoli cambiamenti che diventano normalità. Quello che ieri era impensabile,
oggi è realtà perché qualcuno ha avuto il coraggio di pensarlo. “Esorto
ognuno di voi a dedicare tempo al proprio "sogno" di un mondo
armonioso. Non come un'utopia astratta per fuggire dalla realtà, ma come una
bussola pratica per le azioni di oggi. La coerenza individuale è l'unico motore
capace di spostare il karma collettivo. Ogni volta che rinunciate a un piacere
facile per un bene più grande, ogni volta che scegliete di vedere l'altro,
state costruendo il futuro. Il potere di trasformazione è una costante sempre
presente in ogni vostra interazione; non aspettate che il mondo cambi per
iniziare a essere il cambiamento che sognate. La forza della vostra coerenza è
il dono più grande che potete offrire al domani.”
*Nel Buddismo tibetano i termini lhen kye e kun
tak si riferiscono alle due modalità fondamentali con cui si manifesta
l'ignoranza e l'illusione dell'ego. Il termine tro tak pa (più
correttamente tröpa, correlato al concetto di proliferazione concettuale
o elaborazione mentale) indica il processo che sostiene questa illusione.
Insieme, descrivono il modo in cui la nostra mente confonde la realtà e crea la
sofferenza del Samsara.
1. Kun-tak (ཀུན་བཏགས)
Kun-tak (abbreviazione di Kun-tu-tak-pa, in
sanscrito Parikalpita) significa letteralmente "totalmente
immaginato" o "interamente imputato".
- Di
cosa si tratta: È l'identità o l'inconsapevolezza concettuale che
viene appresa e acquisita nel corso della vita.
- Come
si forma: Nasce da condizionamenti esterni, credenze intellettuali,
dogmi religiosi, teorie filosofiche o ideologie apprese dall'ambiente. Ad
esempio, l'idea strutturata di possedere un'anima eterna e separata, o le
etichette sociali a cui ci aggrappiamo rigorosamente, fanno parte del
livello kun-tak.
2. Lhen-kye (ལྷན་སྐྱེས)
Lhen-kye (o Lhan-kye, in sanscrito Sahaja)
significa "innato", "co-nato" o "spontaneamente
sorto insieme".
- Di
cosa si tratta: È il senso del sé e dell'ignoranza istintivo e
primordiale, che non richiede un'educazione intellettuale per
esistere.
- Come
si forma: Nasce insieme alla coscienza stessa al momento del
concepimento (è "co-emergente" con la vita). È quella pulsione
biologica e psicologica viscerale che fa dire persino a un neonato o a un
animale "Io" o "Questo è mio",
spingendolo ad agire per pura autodifesa o attaccamento emotivo istintivo.
Nel sentiero buddista, purificarsi dall'ignoranza innata (lhen-kye
ma-rikpa) è l'ostacolo più profondo da superare rispetto a quella
appresa (kun-tak).
3. Tro-tak-pa (o Tröpa / Spros-pa)
Il termine tro-tak pa si collega a Tröpa (in
sanscrito Prapañca), che indica la proliferazione concettuale o
l'elaborazione mentale.
- Di
cosa si tratta: È l'incessante tendenza della mente a
concettualizzare, fabbricare pensieri, dividere la realtà in dualismi
(bello/brutto, io/l'altro) e proiettare giudizi.
- La
sua funzione: È la "fabbrica" mentale che traduce
l'ignoranza innata (lhen-kye) e quella immaginata (kun-tak)
in pensieri discorsivi che generano attaccamento e avversione,
intrappolandoci nelle illusioni del quotidiano. Lo stato di illuminazione
o la comprensione della vacuità viene spesso definito come Tröme
(libero da proliferazione concettuale).
Tabella riassuntiva delle differenze
|
Concetto Tibetano |
Traduzione |
Tipo di illusione / Funzione |
Origine |
|
Kun-tak |
Immaginato / Imputato |
Intellettuale, culturale e filosofico |
Appresa (tramite educazione, condizionamenti e
idee) |
|
Lhen-kye |
Innato / Co-emergente |
Istintivo, viscerale e radicato |
Spontanea (presente fin dalla nascita in tutti gli
esseri) |
|
Tro-tak-pa |
Proliferazione Concettuale |
Fabbricazione e discorsività mentale |
Attiva (la tendenza continua della mente a
concettualizzare) |
Nelle pratiche meditative più elevate, riconoscere come agiscono kun-tak e lhen-kye permette
al praticante di calmare la proliferazione concettuale (tröpa) per
riposare direttamente nella natura originaria della mente, che è pura, aperta e
priva di dualismi.
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